
E' ora che mi pronunci su quella che, erroneamente, viene chiamata "
riforma Gelmini". Speravo che qualche franco tiratore del PDL evitasse uno scempio del genere, almeno al senato, ma evidentemente non è andata così. Vediamo nel dettaglio
cosa comporta l'approvazione della legge 133 (in materia di istruzione) senza però perdere d'occhio il contesto che, anche in questo caso, offre incredibili sorprese.
In primo luogo gli studenti entranti avranno un solo maestro,
chiamato eufemisticamente "maestro prevalente", tornando alle leggi vigenti fino al 1990, anno in cui entrò in vigore la formula dell'insegnante "multiplo". Questo è un primo punto controverso dell'azione di governo, dato che il sistema "a tre" viene smantellato senza un motivo apparente. Non è stato pubblicato, e
presumibilmente non esiste, nessuno studio che motivi il cambio di rotta affermando degli ipotetici risultati negativi del precedente metodo. Esponenti della maggioranza affermano che tale modifica all'assetto pedagogico riflette la loro "visione dell'istruzione", come affermato da Maurizio Lupi ieri sera a Ballarò. Mah. La mia idea è che si tratta semplicemente di necessità di bilancio in un paese in perenne crescita 0 o quasi.
In secondo luogo, il bilancio dell'istruzione viene impoverito di
circa 8 miliardi di euro. Per quanto riguarda le università, i risultati di questo taglio non sono necessariamente negativi poiché tutto dipende dall'onesta intellettuale (e sostanziale) dei rettori delle università: dovunque in Italia esistono corsi di laurea e master semplicemente ridicoli che certamente non nascono da soli. Questi
corsi-pagliacciata spesso nascono per dare un posto di lavoro a docenti che, in condizioni normali, non potrebbero mai assurgere al livello di presidente di un corso di laurea. Senza contare che, avendo le università carattere pubblico, questi corsi sono finanziati da pantalone (cioè noi). A questo taglio di proporzioni bibliche, quindi,
i rettori potrebbero porre rimedio semplicemente radendo al suolo i corsi di laurea nati con i (poco) nobili scopi di cui sopra.
Riguardo al taglio in senso più stretto, poi, è da ricordare che da più di 20 anni il bilancio dell'istruzione italiana subisce, anno dopo anno, continue decurtazioni. Ultima ma non ultima ad essere in linea con questo
trend fu la finanziaria del 2006, varata dal governo Prodi II. E prima ancora
tagliarono anche i governi Amato, D'Alema (I e II) e Prodi I. Gli stessi che ora si indignano per gli ennesimi tagli. Gli ultimi di una lunga serie che loro per primi hanno già più volte effettuato.
Ciò
non significa, però, che questi tagli non si ripercuoteranno su ricercatori, che in Italia hanno mediamente circa 50 anni e sono pagati da fame e perennemente appesi al filo dell'assegno di ricerca, che non necessariamente verrà confermato.
Terzo punto estremamente controverso è la diminuzione delle ore, ridotte ad essere "24 settimanali", cioè 4 al giorno per 6 giorni. Questo ridimensionamento orario rende molto difficile la costituzione del c.d. "tempo pieno", la cui attuazione sembra demandata alle disponibilità dei singoli istituti. In mancanza di attività organizzate dagli istituti, gli alunni torneranno a casa e probabilmente costringeranno i genitori a dover assumere
baby sitter e affini, con un ulteriore gravame economico per il nucleo familiare. Al paragone la stessa riforma Moratti del 2003 che prevedeva
il c.d. "insegnante a tempo" era un colpo di genio.
Un altro punto della questione che riguarda l'università è la "facoltà di trasformazione in fondazioni delle università". Il testo non è coercitivo in questi termini, infatti prevede questa come una possibilità e non come un obbligo. Se però i rettori continuassero il malcostume riguardante i corsi di laurea-fungo, con i tagli all'istruzione, si vedrebbero praticamente costretti a costituirsi come fondazioni. Cosa vuol dire però diventare fondazioni? Vuol dire che "i trasferimenti [...] a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse [...] e sono interamente deducibili" e che lo statuto di tali fondazioni permetterà "l'ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati". Un esempio tragicomico?
La Beretta entra nella (futura ?) fondazione dell'università di Pisa, corso di laurea in fisica. Per 4 anni gli studenti di tali corso di laurea si delizieranno studiando (solo ?) la balistica (sostanzialmente la scienza delle traiettorie) e l'attrito. L'esame finale verterà sulle due materie applicate allo studio del percorso che un proiettile compie all'interno della canna dell'arma (quindi balistica + studio degli attriti).
In conclusione, parafrasando metaforicamente il Venerdì di Repubblica che parla del percorso dell'
istruzione italiana come di un gioco dell'oca, vi propongo l'immagine del post (che è possibile ingrandire con un clic): si tratta di una scansione di una pagina di un libro di mia sorella di otto anni. In tale immagine
il nonno parla alla nipote di uno scenario lontano di decine di anni: una sola insegnante e i voti espressi in numeri, cioè proprio come si appresta ad essere la scuola pubblica dopo lo scempio della
minestra (riscaldata) Maria Stella Gelmini. Il resto, cioè i grembiulini, il voto in condotta e l'insegnamento della Costituzione (ma cosa possono insegnare loro?) sono solo propaganda.
E nessuno parla di
inserire l'educazione sessuale fra gli insegnamenti obbligatori (come accade in Spagna dal 1990 o in Francia dal 1973).
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P.S: la legge 133 esprime la fotografia di un paese che non spende per l'istruzione e che "
al fine di ridurre l'utilizzo della carta, dal 1° gennaio 2009, le aministrazioni pubbliche riducono del 50 per cento rispetto a quella dell'anno 2007 la spesa per la stampa".
Chiaro?
Non possiamo più pagare la carta negli uffici! Che cavolo ci lamentiamo a fare delle scuole?