La schiavitù è un'istituzione molto antica: se ne trovano le prime tracce già nella Mesopotamia del 5.000 A.C., in Egitto gli schiavi appartenevano ai grandi dignitari dello Stato (Faraone, sacerdoti) ed erano un bene prezioso, al punto che chi ne uccideva uno veniva punito con la pena di morte; in Babilonia il Codice di Hammurabi (XX secolo A.C.) riconosceva agli schiavi trattamenti differenziati a seconda del "livello di schiavitù" e, soprattutto, riconosceva loro la possibilità di riscattarsi per volontà del loro padrone; nel VII e VI secolo A.C. in Grecia gli schiavi costituivano dal 20% al 50% della manodopera servile e veniva garantito loro vitto, vestiario, alcune garanzie di tipo giuridico e a volte anche un modesto salario; nel mondo romano, inizialmente, la loro condizione era molto dura ma, a seguito di alcune rivolte, migliorò (venne riconosciuto l'obbligo di mantenimento delle coppie in caso di vendita e il diritto ad ereditare); nel XVIII secolo, con il riconoscimento dei diritti naturali dell'uomo e con l'affermarsi nel lavoro della meccanizzazione, si sviluppò un processo di abolizione della schiavitù sfociato nella delibera della Società delle Nazioni che, nel 1926, la dichiarò fuorilegge.
Vorrei soffermarmi un attimo sullo stato dello schiavismo in Grecia nel VI secolo A.C. circa. La legge vigente all'epoca garantiva allo schiavo vitto, vestiario, un modesto salario e qualche garanzia giuridica. E' un elenco di caratteristiche così semplice da sembrare quasi ovvio e inutile: secondo i più basilari perincipi del fordismo un lavoratore che sia ben pagato e che possa godere di servizi rende più, meglio, manifesta un maggiore attaccamento al lavoro e permette una proficua circolazione della ricchezza.
Il mercato del lavoro, attualmente, è regolato dalla legge 30/2003 varata durante il governo Berlusconi. Tale legge è chiamata erroneamente "legge Biagi" perchè l'autore "nominale" sarebbe Marco Biagi. Il lavoro incompleto dell'economista ucciso dalle Brigate Rosse nel 2002, però, è stato in realtà continuato e modificato dai membri del Ministero del Lavoro all'epoca diretto dal sassofonista Roberto Maroni. Va detto che questa legge schiavista è tuttora vigente e non è stata toccata, se non in percentuali ridicole ed ininfluenti, dall'attuale governo di (destra) centro - sinistra (in palese violazione del programma elettorale per cui l'Unione è stata votata).
I nostri costituenti che, nei lontani anni '40 - '50, avevano già "previsto" che il lavoro sarebbe stato al centro di scontri sociali ed economici, scrissero nella Costituzione molti articoli riguardanti l'argomento. Nella maggior parte dei casi, il lavoro è descritto un mondo fatato e lontano mille miglia dal nostro, in cui ai lavoratori vengono riconosciuti diritti, stipendi adeguati, orari di lavoro, case di marzapane con infissi di cioccolato ed estintori di panna montata.
Iniziamo la disamina con l'articolo 1 della Costituzione:
"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. [...]"
il lavoro è alla base della nostra Repubblica democratica, ne è l'elemento portante, come specifica anche la sentenza 60/1967 della Corte Costituzionale ("[... con l'articolo 1] si è inteso affermare la preminenza di ogni attività lavorativa nel sistema dei diritti - doveri spettanti ai cittadini. [...]"). Da tale incipit, ci si aspetta che il lavoro abbia anche nel resto del testo una rilevanza particolare,ed effettivamente è così.
L'art. 4 pone le prime "basi" del concetto di lavoro:
"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. [...]"
La legge 30/2003 parte dal presupposto secondo cui la flessibilità in ingresso del mercato del lavoro è il mezzo migliore per agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro e che la rigidità del sistema crea solo alti tassi di disoccupazione. Tale affermazione è sostanzialmente una cozzaglia di corbellerie perchè (dalle mie rimembranze di macroeconomia):
- la creazione di nuovi posti di lavoro è possibile ad esempio se si investe nella ricerca e si progredisce nel proprio settore, che successivamente può espandersi e richiedere ulteriore manodopera.
- la rigidità del sistema crea disoccupazione ma, per chiarire meglio cosa intendiamo per disoccupazione, il concetto merita un approfondimento: la disoccupazione può essere frizionale o strutturale. La prima è costantemente presente nel mercato del lavoro per ragioni che possiamo definire imprescindibili (quindi è inutile cercare di legiferare) in quanto è dovuta alla presenza continua nel mercato del lavoro di chi cerca un'occupazione (personale al primo impiego, neoformato, etc). La seconda invece, è causata dalle cosiddette "asimmetrie informative" presenti nel mercato del lavoro, cioè dall'assenza di corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro. Se io ad esempio mi sono appena laureato alla quinquennale di economia e commercio a Milano ma l'unico professionista in Italia che ha bisogno proprio di me lavora a Lecce, io difficilmente verrò a sapere dell'esistenza del professionista come lui di me, e questa asimmetria informativa genera disoccupazione (perchè io alla fine rimango senza impiego). Poichè però la legge in questione non prevede l'istituzione di funzionanti ed adeguati "uffici di collocamento" (o "centri per l'impiego"), entrambi i tipi di disoccupazione restano immutati.
- semmai, più che l'occupazione, con l'introduzione della cosiddetta "flessibilità" aumenta nel periodo considerato il numero di contratti di lavoro stilati a fronte però anche dell'aumento di impieghi mensili o settimanali o giornalieri, tanto che nel 2003 Berlusconi, facendo riferimento al numero di contratti di lavoro firmati e non ai lavoratori effettivamente impiegati, potè affermare di aver raggiunto l'obiettivo del milione di posti di lavoro. Ecco alcuni esempi di contratti di lavoro di "nuova concezione" contro la disoccupazione (vedi dei video correlati all'argomento).
Con la legge 30 il diritto al lavoro è stato raso al suolo: perchè Confindustria dovrebbe prendere a lavorare come operaio un ragazzo uscito da un istituto tecnico quando potrebbe assumere alla metà del salario un rumeno che magari nel suo paese ha una famiglia da mantenere e quindi accetta ogni stipendio che gli venga offerto (senza considerare che la manodopera a basso costo richiesta da Confindustria è il motivo per cui l'Italia sotto il governo Prodi è stato l'unico paese europeo a non chiudere le frontiere ai rumeni)? Inoltre la legge 30 prevede sconti contributivi e fiscali per le aziende che utilizzino le nuove forme contrattuali. Cosa vuol dire? Ciò vuol dire che l'azienda X invece di assumere un operaio (realmente utile all'azienda) a tempo indeterminato, può assumerlo per tre mesi, risparmiando, con un contratto co.co.co. (contratto di collaborazione coordinata e continuativa) e poi sbatterlo su una strada per assumere per altri tre mesi e con la paga minima un altro lavoratore, oppure confermare il posto allo stesso lavoratore ma sempre con la paga minima e tenendolo in una situazione di "tensione" per cui se non "riga dritto" o semplicemente se il colore delle sue scarpe non è ben accetto, costui rischia di non vedersi rinnovato il contratto, e così via... In barba all'articolo 4 della Costituzione, la legge 30, con l'introduzione del lavoro flessibile, trasforma il lavoro in una forma di sfruttamento estremo in cui il lavoratore deve elemosinare il proprio posto e vede la propria carriera in mano ad amministratori che durante le "crisi economiche" licenziano personale già scarsamente pagato ma si aumentano i compensi anche del 500%. Tirando le somme, con tale legislazione la Repubblica non solo se ne frega del diritto al lavoro e delle condizioni che rendano effettivo questo diritto, ma svolge un’azione uguale ed opposta: promuove la precarietà e stronca le carriere professionali.
Ma proseguiamo l'analisi del panorama giuridico con l'articolo 35:
"La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori. [...]"
Come già affermato precedentemente, la legge 30/2003 permette al datore di lavoro di pagarti con lo stipendio di un neofita anche dopo 20 anni di esercizio della professione, ti pone sostanzialmente una mordacchia addosso data dal fatto che in tali condizioni anche il diritto allo sciopero (previsto dall'articolo 40 della Costituzione) viene leso (con lo sciopero l'azienda subisce delle perdite "legali" e non è ciò che vuole, quindi terrà con se solo i lavoratori "mansueti") e non ti permette la comunissima oltre che dovuta elevazione professionale (a meno che non trovi di meglio). Date queste condizioni, è lapalissiano giungere alla conclusione che anche quest’articolo della Costituzione è vìolato dall’attuale normativa del lavoro.
Articolo 36:
"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa."
Le famiglie italiane non arrivano alla fine del mese, durante il governo Berlusconi come durante il governo Prodi. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica (vedi cos’è l’ISTAT) "[...] il 57,1% degli individui dalla fine del 2004 non ha subito alcun cambiamento della propria condizione di reddito [...]", "[...] il 5,3% [della popolazione ha subito] un forte slittamento verso il basso [...]" e solo "il 4,7% della popolazione segnala un forte miglioramento della propria condizione" a fronte di un incremento annuo dell'inflazione al consumo del 5,6% (vedi il documento dell'ISTAT per intero).







6 commenti:
Non voglio entrare nel merito della questione lavoro, ma vorrei dire che preferirei che il primo articolo della costituzione dicesse "...fondata sugli inalienabili diritti dell'individuo", perchè secondo me questi sono più basilari del principio del lavoro.
Salve, intanto mi complimento per il blog...! Poi anche per questo bel post sul lavoro! E mi permetto di dissentire dal commento precedente, la spiegazione sta nel post stesso, anzi vorrei aggiungere che se non fosse stato per l'insistenza del "caro" Fanfani, l'articolo sarebbe risultato più o meno così "L'Italia è una repubblica democratica, fondata sui lavoratori!.
E quindi le casalinghe non devono leggere la costituzione.
Mi sembra che delle grandi nazioni solo l'Italia abbia questo "incipit".
L'essere casalinga è un lavoro, non a caso vi è da tantissimi anni il problema, in particolare, anzi quasi sempre se non proprio sempre, riguardante le donne del doppio lavoro, quello da tutti riconosciuto come tale e quello svolto in casa, quesi sempre non riconosciuto, che invece andrebbe nobilitato e eventualmente retribuito.
Inoltre dire che la nostra repubblica si fonda sui lavoratori significherebbe rendere ancora più pragmatico il significato dell'articolo, sono i lavoratori stessi che rappresentano il motore, sono loro in quanto individui che meritano tutele, garanzie di posto sicuro e sicurezza sul lavoro.
Infine i processi costituenti nei vari paesi sono avvenuti in maniera diversa e in tempi diversi. ciau
Il problema del lavoro mi sembra che sia il fatto che siamo passati al regime flessibile (che ci ha resi meno lavoratori e più "schiavi") senza che la politica e la società abbiano creato enti associativi compatibili con questo mercato che svuota il lavoro stesso. Non siamo protetti dall'esposizione al mercato o a una domanda che si fa sempre più prepotente a fronte di un'aumento troppo veloce dell'offerta. Concordo con Sara sul fatto che il lavoro domestico è stato offuscato, quando per anni è stata la base del lavoro salariato, e merita la massima stima e attenzione, nonostante mi auguro che siano sempre meno in futuro le donne relegate a tal compito, perchè se tutti sono uguali in una società (cosa non realizzata in Italia, né in molti altri posti, purtroppo) non sta scritto da nessuna parte che sia la donna e solo lei a dover svolgere la faticosissima attività di sussistenza e di cura.
Ben detto, mi complimento per il post e per la maggior parte dei commenti. Le donne adesso e da sempre fanno il triplo del lavoro degli uomini, lavorando e occupandosi della sussistenza della famiglia. Tutto questo deve finire! Non nel senso di una vendetta, ma ognuno si deve prendere le responsabilità in modo equilibrato. Per i figli non si parla più di matenità ma di genitorialità. Anche se purtroppo le statistiche non sono favorevoli a questo cambiamento, mi auguro che presto possiamo avere un sistema più giusto anche da questo punto di vista.
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